Evidenze sulla causalità e il disposizionalismo in medicina e salute pubblica [2/2]

Da Firas Mourad

Se concettualizziamo la causalità in senso disposizionale, il link causale tra intervento ed effetto equivale a stabilire se l’intervento possiede disposizioni intrinseche, che, in combinazione con altre disposizioni, possano produrre tale effetto. La teoria disposizionale suggerisce che servano differenti disegni di studio per stabilire la causalità.

La tabella 1 sintetizza lo scopo dei differenti disegni di studio.

 

Si noti che la teoria delle disposizioni suggerisce che servano più di un disegno di studio per stabilire la causalità. È necessario quindi adottare un framework più ampio all’interno del quale i vari metodi di studio possano completarsi e informarsi vicendevolmente per poter stabilire la causalità. Diventa indispensabile quindi cambiare prospettiva ad una argomentazione ontologicamente informata a supporto del pluralismo metodologico, anziché un significato esclusivamente epistemico su come sia possibile stabilire la causalità empiricamente.

Per osservare i punti di forza e limiti di ogni disegno di studio allo scopo di stabilire le disposizioni, indagare le cause e le loro evidenze, è quindi necessario combinare varie tipologie di evidenze derivanti dai differenti disegni di studio. In questo contesto tutti i tipi di evidenza esprimono un ruolo indispensabile per stabilire le proprie caratteristiche intrinseche, permettendo di stabilire il proprio contributo nel rilevare differenti aspetti delle disposizioni.

Il seguente framework, proposto da Rocca e Anjum, permette di supportare il pluralismo metodologico ponendo priorità su quale disegno di studio preferire in differenti fasi. 
Nel framework si possono apprezzare 3 fasi del processo di scoperta della causalità (box blue):
  1. Osservazione del fenomeno;
  2. Ipotesi di una nuova disposizione con i relativi partner di manifestazione; 
  3. Dimostrazione delle disposizioni e dei relativi partner di manifestazione.
Al fine di passare da una fase alla seguente, determinate tipologie di evidenze sono condizione necessaria ma non sufficiente (box verdi). Queste sono le più utili per dimostrare le proprietà intrinseche. Inoltre, sono necessarie ulteriori prove a supporto per stabilire una disposizione (alcune, ma non necessariamente tutti i box gialli).
Come da natura situazionale e dinamica della causalità, differenti tipi di evidenze a supporto possono essere adatte in situazioni differente, a seconda di cosa sia rilevante rispetto al quesito di ricerca, l’ipotesi causale, e su quali conoscenze sono attualmente disponibili.   
 
In conclusione, da una prospettiva disposizionale, stabilire se un intervento causi un effetto richiede 3 forme di comprensione, le quali dovrebbero in sostanza aumentare la sicurezza del paziente. 1) comprendere se un intervento possiede realmente una disposizione intrinseca per produrre l’effetto; 2) comprendere se altre disposizioni o partner di mutua manifestazioni giocano o possono giocare un ruolo causale nel processo (contribuendo o contrastando l’effetto); 3) comprendere come queste differenti disposizioni interagiscono.
La ricerca causale, quindi, ha come obiettivo lo sviluppo di teorie e la conoscenza dei meccanismi.   
 
Dr. Firas Mourad, PhD, PT, MSc, OMPT
Director & Senior Lecturer HDEMY
Main References:
  • Rocca E, Anjum RL. Causal Evidence and Dispositions in Medicine and Public Health. Int J Environ Res Public Health. 2020 Mar 11;17(6):1813;
  • Anjum, R.L.; Mumford, S. Dispositionalism: A Dynamic Theory of Causation. In Everything Flows: Towards a Processual Philosophy of Biology. Oxford University Press, 2018;
  • Bortolotti L. An Introduction to the Philosophy of Science. Polity. 2008;
  • Anjum RL, Copeland S, Rocca E. Rethinking Causality, Complexity and Evidence for the Unique Patient: A CauseHealth Resource for Healthcare Professionals and the Clinical Encounter. Springer Nature, 2020;
  • Mumford S, Anjum RL. Getting Causes from Powers. Oxford University Press, 2011.